Tramonti.
La terra operosa
Ho
avuto modo di visionare questo pregevole volume pubblicato dal Centro di Cultura
e Storia Amalfitana, con il Patrocinio del Comune di Tramonti. Il libro pesa
E’
suddiviso in quattro sezioni: L’ambiente, La storia, L’economia e
Come si fa a scrivere di un luogo dove sei nato, hai trascorso gran parte della
tua vita, un luogo dove hai deciso di ritornare e restarci in pianta stabile,
una volta raggiunta l’età della pensione, quando le cose della vita si
cominciano a vedere col distacco del tempo che scorre inesorabilmente? Come si
fa a raccontare agli altri del tuo luogo della mente, della memoria, degli
affetti, delle stagioni passate e perdute, delle fughe dalla realtà, degli
incontri cercati, dei sogni vissuti e delle illusioni perdute? Un posto
costituito da tanti luoghi diversi, noti e sconosciuti, immagini perdute e
ritrovate nei fogli di un libro fatto di lucide pagine a colori, con parole
scritte da tante firme che non conosci, un posto visto attraverso l’occhio di
diverse lenti fotografiche, chiuse in tanti schemi e disegni che ricostruiscono
ordini e sistemi inventati o immaginati, progetti fissati nella storia del tempo
e degli uomini. In particolare mi ha colpito una immagine, poco in evidenza
nella economia del libro: la fig. 10 che riproduce una ripresa fotografica aerea
del territorio di Tramonti dal monte Cerreto. Da questa istantanea si può
comprendere come
Ti
chiederanno se ci sono tramonti da ammirare, se è per questi tramonti che si
chiama così. Oppure se si trova tra i monti e quanto dista dal mare. Se è
“Tramonti di sopra” o “Tramonti di sotto”. Se i suoi abitanti si
chiamano “tramontini” o “tramontani”. Se si vede e si sente il mare, se
fanno ancora le mozzarelle, il vino, il formaggio, la pizza. Se i suoi abitanti
sono contadini o montanari, artigiani o pecorai. Se è vero che ci sono più
chiese che casali, anzi pievi o poderi. Se è vero che da quei luoghi son
passati i Greci e i Romani, le Sirene e i Saraceni, gli Spagnoli e i Normanni…
Insomma
a tutte queste ed altre domande, tu caro lettore, potrai rispondere ora
regalando, a chi ti chiede di Tramonti, questo prezioso libro. Ciò che colpisce
quando si varca il valico di Chiunzi è la natura del terreno, la geomorfologia,
per dirla con una parola difficile. Un tempo, non molto lontano tutto
considerato, si pagava il pedaggio varcando la soglia immaginaria di questo
mondo tramontino che porta giù fino al mare. Oggi ci sono alberghi, ristoranti,
pizzerie e addirittuta “country houses”. Un tempo arrivando da queste parti
si poteva anche incappare in qualche agguato di briganti che sbucavano
all’improvviso. Ma il viaggio verso il mare di Maiori, per chi proveniva dalla
Valle dove scorre il Sarno, era sempre un cammino che aveva qualcosa simile ad
una esplorazione verso un territorio tanto bello quanto difficile, per i misteri
da svelare e le difficoltà naturali da superare. Attraversare a piedi
mulattiere e gole, anfratti e rupi scoscese, non era facile. Ricordo ancora come
fosse oggi, quando nell’immediato dopoguerra, i “faticatori” con le grosse
ceste ripiene di frutta e prodotti della terra sulle spalle, con la stringa del
ciuffo legata alla testa per sostenere il peso, facendo il percorso inverso,
partivano all’alba dai vari poderi nelle diverse frazioni, e a piedi andavano
verso i mercati di Pagani e Nocera, a vendere i prodotti della terra. E quando,
oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, sento ancora, di prima mattina,
dall’alto di Novella, dove abito, lo strombettare dell’autobus della SITA
che scende o sale per la provinciale, mi sovviene il ricordo di quando udivo
quello stesso clascon da piccolo, a Corsano, nella casa della nonna. Era come se
quella strada fosse un’arteria viva, nella quale scorreva il sangue della vita
di un piccolo mondo che a me, ragazzino, mi si schiudeva davanti. E che dire poi
del racconto che mio padre faceva dei suoi viaggi, quando a piedi risaliva dalla
Valle il Chiunzi per incontrare la sua futura moglie? Ebbe modo, il poveretto,
di verificare gli umori di quell’ambiente un pomeriggio, in pieno cielo
azzurro, arrivò a Polvica tutto fradicio d’acqua. Una nuvola di passaggio al
valico gli aveva fatto un … battesimo di mezza estate. Un valico quello di
Chiunzi che è insieme una barriera, uno spartiacque, un confine non solo fisico
ma anche della mente, tanto per la natura quanto per chi vive in un territorio
come questo di Tramonti. E ci vive nella storia.
1.
Ma
è da più in alto che si vede come tutte le Valli di Tramonti prendono vita e
respiro. E’ dal monte Cerreto, dove origina quel torrente che nasce col nome
di Satrono e sfocia nel mare di Maiori come Reginna. Un costante lavorìo ai
fianchi di queste montagne calcaree. Queste spesso sembrano sbriciolarsi non
solo sotto le mani colpevoli degli uomini, ma anche ogni qualvolta il Signore si
dimentica di chiudere i rubinetti del cielo. Come quando alimenta con abbondanti
piogge le numerose sorgenti d’acqua che riversano le loro acque in quel
torrente, oppure gonfia di troppo il ventre bollente del vicino Vesevo e fa
arrivare le sue ceneri da queste parti, ricoprendo terreni e terrazze di ceneri
e lapilli e li fa diventare pericolosi accumuli piroplastici destinati a
scivolare causando alluvioni e devastazioni. Come può l’uomo comprendere il
mistero dei cicli naturali ed avvertire i pericoli in cui corre se non conosce
il territorio in cui vive? La flora con i suoi abitatori, amici dell’uomo,
sono elementi essenziali di un territorio come questo in cui tutti, sin dal
tempo dei tempi, si sono affannati ad insediarsi senza un progetto, senza darsi
delle regole che guardassero lontano e preservassero la continuità non solo
della materia ma anche dello spirito. Tutto ciò in termini sia di conservazione
e sopravvivenza che in difesa della bellezza e della gioia di vivere. Non
dimentichiamolo: in un ambiente come questo.
Alberi
e animali sono lentamente scomparsi da questo scenario lasciandone soltanto il
ricordo nella memoria dei vecchi. Questi ultimi non possono nemmeno raccontare
ai giovani quel poco che è rimasto nella loro memoria perché sono stati
costretti ad andare altrove per cercarsi un lavoro. E così le arti, i mestieri
e le tradizioni legate alla vita ed alla sopravvivenza sono scomparsi,
cancellati dal progresso che, come una macina, è avanzato e ha distrutto
memorie e sentimenti. Ben poco, pochissimo si è fatto per la difesa del
territorio, delle tradizioni, della storia. Qua e là resistono vecchi casali e
spoglie chiese, edicole diroccate e antiche mura sepolte o abbattute nottetempo
dall’astuto contadino che crede di guadagnarsi un futuro senza accorgersi che
sta distruggendo il suo passato. Come qualche zelante burocrate al comune, alla
provincia, alla regione, che crede di difendere il diritto della legge con
protervia ed arroganza e si scontra con architetti ed ingegneri per la
realizzazione di quel progetto di ricostruzione facendo gli interessi del
politico di turno che pensa solo a foraggiare la stalla del suo elettorato. Una
stalla fatta di voti dati e ricevuti sull’onda dell’opportunismo che serve a
sopravvivere, per non morire, appunto. Come lo storico richiamo del canto delle
Sirene, una leggenda che tuttora affascina il visitatore di oggi, diventato
turista.
2.
Questo
moderno personaggio, che un tempo si chiamava viaggiatore, sa poco della lunga,
millenaria, e forse anche immaginaria, storia di questo territorio. Vorrebbe
conoscerla soltanto in maniera velleitaria, immaginifica, aleatoria ed evasiva.
Non per arricchimenti interiori, conoscenze degli usi e dei costumi degli
antenati, per modificare modelli di pensiero e schemi di comportamento,
guardando ad un futuro diverso, possibilmente migliore. Se anche così potesse
fare, conoscendo le ricchezze del passato di questa terra, non ne riceverebbe
nessuna ricompensa gratificante se sapesse che da queste parti per secoli,
queste terre hanno visto insediamenti di ecclesiastici e monastici, nobili e
dignitari, mercanti e trafficanti di ogni specie che compravano terre, o
venivano loro affidate, a fini speculativi e per investimenti. A intere famiglie
contadine veniva concesso lo sfruttamento, traendone un usufrutto continuato a
mezzo di contratti, spesso capestro, con attori che firmavano con un segno di
croce e restavano analfabeti totali. E così di generazione in generazione venne
assicurata la continuità di un capitalismo “avanti lettera” speculativo e
parassitario, che sarebbe continuato per secoli. I rappresentanti della Chiesa
per parte loro trovavano ottime ragioni di insediamento in un territorio che era
considerato vera e propria terra di missione. Alla stessa maniera di come i
rappresentanti delle classi di riferimento di cui s’è detto, lo consideravano
terra di conquista. Non a caso nel lessico della Repubblica di Amalfi si parla
di “plebs”, “mediocres” “domini”, “nobiliores” o addirittura
“majores natu”. Insomma, un sistema di classi sociali rimaste può o meno
identico a se stesso per secoli. Oggi, forse tutto ciò è scomparso, grazie al
dio tecnologico. Ma chi è rimasto da queste parti si trova ancora a dover
fronteggiare un destino che ha la stessa realtà, se non crudeltà, di chi si
trovò a vivere in quei tempi così ben descritti nella sezione dedicata alla
storia del territorio. Chi ha promosso la pubblicazione di questo libro si sente
di dire forse che le cose sono cambiate? E’ vero, le pievi sono rimaste
chiese, ma sono deserte di anime, di preti o frati, circondate da pochi casali
dirupati in villaggi deserti e abbandonati. Nessuno dice il perché. Nemmeno
questo bel libro contiene una risposta. O meglio, le risposte sarebbero tante e
diverse, a seconda dei punti di vista.
Passando
da un livello serio ad uno faceto, ed inoltrandomi nella lettura del libro, ho
scoperto di avere vissuto una vita precedente e di averla trascorsa, per giunta,
proprio a Tramonti. Fui niente meno che un “guarnimentaio” del luogo. In
effetti, come si legge a pagina 226 del volume, il 12 dicembre dell’anno
Se
non ho avuto il piacere di essere menzionato almeno nella bibliografia di questo
libro come Antonio Gallo, autore del libro “Un’Idea di Vita: Una Chiesa ed
un Villaggio da salvare”, scritto sulla Chiesa di San Bartolomeo di Novella
per raccogliere i fondi per il suo restauro, (pubblicato nel mese di maggio del
2007, anche con il patrocinio del Comune) almeno ho la soddisfazione di essere
presente nella stampa di questo bel volume, in veste diversa. Mi ritrovo così
tra ferrai, fabbri, guarnimentai, conciatori di pelli, muratori, setai, sellai,
falegnami, coltellai … una vera e propria costellazione di arti e mestieri. A
dire il vero, più mestieri che arti, messi al servizio di chi aveva il potere e
lo gestiva secondo le categorie e gli usi del tempo. Attività tutte estinte, ma
che allora si tramandavano di padre in figlio. Il potere economico, quello vero,
quello della finanza diremmo oggi, era altrove. Poche famiglie del ceto degli
agiati possidenti e della borghesia delle professioni, residenti di fatto
altrove e al servizio a loro volta di altri potentati, creavano abissi e
distanze tra la gente. Rimanevano saldamente in equilibrio al vertice del potere
locale attenti a non acutizzare le tensioni sociali, economiche e politiche. Il
controllo delle strutture amministrative restava saldo nelle loro mani. Così si
legge nel libro e va detto che, tutto sommato, oggi le cose si presentano in un
modo diverso. La tecnologia è neutra e anche a Tramonti è arrivata Internet.
Ma i “plebs” e i “mediocres” sono stati costretti ad andare altrove,
emigranti di un mondo che mentre si allarga, si è fatto anche più piccolo.
Addirittura “piatto”. Sono cadute le barriere mentali e psicologiche, le
distanze annullate, ma sono cresciuti gli obiettivi e le idee di fuga, lasciando
poco spazio alla riflessione ed all’analisi. Progettualità, condivisione e
partecipazione sono state sostituite dalla manipolazione che è diventata arte e
strumento della politica. Chi vuole può facilmente navigare altrove per mari
che restano virtuali mentre la vita continua a chiedere impegni reali e
materiali.
Qui,
nella Valle di Tramonti, le cose sono rimaste com’erano. Anzi, sono
peggiorate. Come si evince da un’attenta lettura degli articoli del volume. La
seconda parte del libro, dedicata alla Storia, è la più densa e ricca di
documentazione. Spazia dall’antichità, intesa anche come preistoria, passando
per l’epoca classica, fino ad arrivare all’esame di un modello sociale e
topografico medioevale, con un fitto elenco di famiglie e ceppi locali. Segue la
presentazione di alcuni documenti decisivi per comprendere come
Ma
è tra il Sei e Settecento che la realtà sociale della terra di Tramonti
verrebbe fuori in tutto il suo splendore. Gli esponenti delle famiglie
appartenenti al ceto più elevato accedono alla gestione della cosa pubblica ed
alle libere professioni. Gentiluomini e gentildonne sembra che facessero di
questa valle e del suo territorio la loro residenza preferita, facendo emergere
anche una certa classe intellettuale che non disdegnava di farsi avanti per
gestire il bene pubblico in maniera personalistica, provocando frizioni locali
causati dalla “cattiva amministrazione del pubblico peculio e dal mal ridotto
problema degli appalti”. Un male antico che si perpetua nella realtà
contemporanea e spingeva la povera gente a rifugiarsi nella preghiera e nella
solidarietà del crescente numero delle Congreghe e Confraternite. Queste ultime
cercavano di animare e sostenere la vita dei casali pur sempre tanto distanti e
conflittuali tra di loro.
Guardando
alla realtà di oggi assistiamo alla chiusura ed all’abbandono delle chiese,
deserte di fedeli e di preti, frequentate soltanto da vecchi senza memoria. I
giovani sono altrove. E qui il discorso sarebbe lungo e complesso se volessimo
riferirlo alla realtà giovanile contemporanea. Perché, tutto sommato, è
lecito chiedersi: a chi è diretto questo libro? Per chi è stato scritto? Non
certo per dare lustro e piacere a chi l’ha redatto e apposto la propria firma
in fondo ad ogni articolo. Chi lo leggerà facendo tesoro della miniera di
informazioni, dati, riferimenti di modo che possano trasformarsi in modelli di
comportamento nella realtà della politica e dell’esistenza di ogni giorno,
fatta di ricerca di un lavoro, di una casa in cui abitare, una famiglia da
accudire, un futuro da inventarsi? Un libro come questo “pesa”
effettivamente non solo per il numero delle pagine e la carta patinata, ma pesa
anche per i suoi contenuti che vanno elaborati, interpretati, tradotti nella
realtà e fare sì che la storia, la vera Storia con la maiuscola, sia davvero
“maestra di vita”. Il rischio resta, ed è quello che queste pagine
rimangano quelle di un libro mai aperto, pagine mai lette, fatti mai saputi,
conosciuti e valutati per quelli che sono, in modo da costruire modelli,
progetti e proposte per un diverso futuro. Insomma un coro di voci nel deserto
di queste valli.
Il
nostro Paese, e qui intendo il Paese Italia, resta il luogo degli accademismi
eccellenti, delle facciate luminose, delle forme perfette, ma dagli scarsi o
assenti contenuti. Persiste una incapacità latente di progettare il futuro,
pensando che sia tutto da ritrovarsi nel presente. Questo è il rischio che
portano in sè libri di questo “peso”. Ma ritorniamo alla lettura dei
capitoli del libro. La documentazione di araldica conclude le pagine dedicate al
capitolo sulle immagini del quotidiano tra il Sei e Settecento. Una lunga
ricognizione che arriva sino all’alba del XIX secolo mettendo in evidenza la
realtà di un mondo che stava cambiando con fortissime ripercussioni sulla vita
sociale locale ormai verso la decadenza ed il degrado. Il capitolo sulla
Economia e Società tra fine settecento e prima metà dell’ottocento è molto
ricco di cifre e documentazione riguardanti il mondo dell’agricoltura, del
lavoro e delle professioni, dei contratti, della pastorizia e delle manifatture.
Una inedita documentazione di atti notarili dimostra quanto importante sia la
conoscenza della microstoria per studiare i cicli storici locali ed inserirli
poi nella grande Storia del periodo.
Il
capitolo dedicato alla Tramonti nel XIX secolo è forse uno dei più
interessanti di tutto il libro. Il periodo preso in esame merita auspicabili
approfondimenti. Senza nulla togliere al valore degli altri interventi, questo
articolo dà la possibilità al lettore attento, che cerca cioè le giuste
chiavi di lettura per capire le ragioni e le condizioni del presente, di
comprendere senza sotterfugi accademici la realtà degli avvenimenti come
veramente ebbero luogo, e perché oggi le cose stanno così. La fine
dell’aristocrazia di provincia e del “potere illuminato” segnano anche
l’inizio dell’epoca moderna. La formazione di uno stato centrale, la
dissolvenza dei poteri delegati, la nascita delle istituzioni rappresentative
locali, l’irruzione nel tessuto sociale di un nuovo concetto di nazione, di
nuove idee produttive, tutto questo lentamente ma decisamente fa abbandonare le
antiche idee di una cultura del vivere, del pensare e dell’operare, legata
essenzialmente alla campagna. Tutto si trasforma, se non sovverte, il fragile
assetto locale. Le nuove strade sulla costiera e quella all’interno della
vallata, concorrono a rompere in un certo qual modo il millenario isolamento.
Esse facilitano la lenta penetrazione delle idee e delle novità. Un nuovo modo
di intendere la cultura si fa avanti, anche se la “cultura del fare”,
piuttosto che del dire, è ancora lontana. La stessa passa dalle mani dei nobili
e degli aristocratici, agli emergenti burocrati della politica. Quest’ultima
sta per diventare un nuovo, ricercato e remunerativo “mestiere”. Ma
Tramonti, con i suoi 13 antichi casali sarà destinata ad essere ancora isolata
all’interno, nei collegamenti tra un villaggio e l’altro.
Non
a caso i nostri nonni raccontavano la storiella, senza dubbio vera, che molti
giovani di villaggi diversi avevano la possibilità di conoscersi soltanto
durante il servizio militare nell’esercito del nuovo Regno. In questo
isolamento fisico e mentale, sia dei villaggi che dei loro abitanti, la
costituzione del Comune di Tramonti nel villaggio di Polvica assume
l’importanza di un evento che serve da possibile coagulo di una comunità che
tende alla frammentazione piuttosto che all’unità. Non a caso la prima sede
del Consiglio viene per anni ospitata nella struttura del Convento dei Frati
Minori. E’ come se il potere temporale e quello spirituale stessero lì a
condividere missione e diritti. Ma per il momento quello temporale era soltanto
ospite o recluso in cerca di fissa dimora. Non a caso è solo da qualche
decennio che il Municipio ha una sua sede propria. Anche questo segno dei tempi
e di una realtà sociale e culturale che stava cambiando. Ci volle poi
l’azione di un sindaco illuminato a far decidere all’amministrazione civica
a destinare la sede per il Consiglio Comunale ad essere scuola elementare. Una
sede unica nella quale si potessero far confluire tutti gli alunni dei vari
casali divenuti villaggi e frazioni. Fu un primo forte segno di unificazione
identitaria di una comunità altrimenti destinata ad essere, e in parte ancora
oggi lo è, una piattaforma sociale composita, costituita da tredici isolotti
conflittuali. Siamo arrivati così ad un punto della lettura del libro in cui si
può dire la storia di Tramonti debba essere ancora scritta. Ma la cronaca deve
essere precisa, corretta e non partigiana affinché possa entrare nelle sue
pagine, pagine di una Storia con la lettera maiuscola che coinvolga tutti i
cittadini e non soltanto pochi eletti anche se nominati dal popolo.
3.
La
sezione dedicata all’economia e società comprende un’accurata analisi del
territorio e del suo ambiente produttivo. Nel caso specifico vengono trattati
gli allevamenti degli animali, ormai in via di estinzione, la produzione del
latte e i suoi derivati. Le conclusioni che si traggono dalla relazione sono
piuttosto quelle di una involuzione che va verso una deprecabile scomparsa di
queste attività. Le cifre citate sono eloquenti. Si parla di ben 86 aziende
esistenti sul territorio per un totale né più né meno di soli 372 bovini: 4
bovini per azienda. I suini ammonterebbero a 319 capi in 143 aziende con 2,3
capi. Gli ovini
Un
territorio che si presenta in tredici diverse realtà distinte e separate tra di
loro, deve necessariamente possedere delle tradizioni diverse anche se tendono a
rappresentare una faccia unica a chi l’osserva dall’esterno. E’ il caso di
Tramonti, un caso speciale, ma forse non unico nella variegata coreografia dello
scenario della nostra bella penisola. All’interno della stessa Costa
d’Amalfi, infatti, le differenze sono evidenti. Non poteva non essere così se
osserviamo Tramonti come a volo d’uccello, dal punto di vista privilegiato di
quella foto cui abbiamo fatto cenno prima, ripresa dalla vetta del monte
Cerreto. Passaggi di quota, diversità di insediamenti, cultura e tradizioni,
posizionamenti fisici, caratteristiche dei terreni, gli stessi diversi edifici
religiosi adibiti a culto hanno storie oltre che santi diversi. Non poteva non
essere così anche con i gusti culinari. Questi, si sa, originano nelle
tradizioni, nelle colture e nei prodotti dei luoghi. Non a caso, in questi
ultimi anni, nel territorio della Valle sono sorti numerosi punti di ristoro
legati all’agriturismo. Quasi ogni frazione ormai ha il suo punto di ristoro
ed ospitalità, ed ognuno di questi si caratterizza per il tipo di cucina.
Mangiare, da rito tradizionale, è diventato un vero e proprio business e molti
intraprendenti tramontani, agricoltori o no, si sono trasformati in mini
albergatori e creatori di piatti e pietanze. L’autore dell’articolo, che nel
libro di cui stiamo parlando si occupa di culinaria dei luoghi, si dimostra un
vero esperto del campo. Riesce a spaziare da un millennio all’altro portando
il lettore sul filo del profumo di piatti e pietanze che vanno dai tempi di
Cassiodoro e del latte di “mons Lactarius” in grado di curare i problemi di
un re dei Goti che non si fidava di quelle dei medici per i suoi malanni. Oltre
al latte si parla del pane vero alimento familiare fatto in casa. E c’è
ancora chi da queste parti lo fa e lo serve a tavola. Il pane si trasforma in
biscotto ed assume varie forme e confezione. A tutto questa segue la selvaggina,
i prodotti degli alberi, come la familiare e magnifica castagna, cucinata in
tutti i modi, fichi crudi e secchi, le noci, la frutta in genere, fino ad
arrivare il alla regina della tavola, la vite, madre del vino, liquido degli
dei. Anche la vite fa capo ai Romani i quali la introdussero da queste parti e
la valorizzarono al massimo. Innumerevoli sono le varietà come tanti sono i
gusti ed è inutile descriverne le qualità tanto sono ben note a tutti.
Altri
argomenti importanti di cui si occupa il libro in questa sezione sono il
problema dell’emigrazione e le tendenze demografiche degli ultimi tempi. Non
è un caso che questi due fenomeni sociali, la demografia e l’emigrazione, a
Tramonti, siano intrecciati e interdipendenti. Mi ha colpito non poco il modo
con il quale la redattrice degli appunti sulla emigrazione ha affrontato il
problema collegando questo argomento alla … pizza. Già, perché la necessità
di cercarsi un lavoro altrove ha fatto aguzzare l’ingegno, come diceva mia
nonna di Corsano, anche ad inventarsi il lavoro. E quello della pizza, o meglio
quello di rientrare in un ambito lavorativo che fosse familiare e riproducibile
altrove in modo che se ne traesse un profitto come la ristorazione, è stata per
molti tramontani emigrati in tutto il mondo la via d’uscita ideale per
reinventarsi anche un nuovo modo di vivere. Già, perché mangiare una pizza non
significa solo mettere qualcosa sotto i denti perché si ha fame. La pizza è un
rito, un modo di vivere, un’idea, una visione del mondo e del modo di
affrontare la vita. Non a caso ha successo ovunque, la si prepara in
innumerevoli maniere, dalla propria cucina al Savoy di Londra o all’Herriott
Hotel di Abu Dabi. I due simboli culinari la pizza e l’hamburger sono le
bandiere di due civiltà contrapposte: quella latina e quella anglosassone. Si
fronteggiano in tutto il mondo. Anche McDonald’s ha dovuto decidersi a
sfornare pizze per non perdere clienti. Inutile dire che se giri il mondo
troverai pizzaioli e pizzerie tramontane dappertutto. Quanti sono? Molti, più
di quanti si possano immaginare. Hanno concorso ad internazionalizzare un
prodotto nostrano, anche se gli Egiziani hanno avanzato diverse volte diritti di
invenzione. Resta il fatto che negli ultimi 60 anni la popolazione di Tramonti
si è ridotta alla metà. Un contributo di vita, di fatiche e di speranze che
questo piccolo Paese ha dato alla diffusione non solo della fama della pizza nel
mondo ma anche alla genialità ed inventiva che la nostra gente sa esprimere
nelle situazioni più difficili.
4.
La
quarta parte del libro è dedicata all’esame del patrimonio edilizio,
all’architettura sacra tra il XVII e il XVIII secolo, all’architettura
civile ed alla cultura figurativa. Molto chiara e documentata, anche dal punto
di vista visivo, si conferma l’impressione generalmente positiva che il
lettore riceve nello scorrere le pagine della pubblicazione. Più che un libro
dedicato alla vita ed alla storia di un piccolo antico Comune della rinomata
Costa d’Amalfi, il volume si presenta come la realizzazione documentale di una
istituzione accademica di grande ed affermato prestigio. In alcuni momenti forse
anche troppo accademica, ma sempre puntuale e rigorosa, graficamente gradevole e
stimolante per chi ha intenzione di saperne di più. Se mi è permesso fare
delle osservazioni in merito alla sua realizzazione, sarebbe stato opportuno far
seguire alla bibliografia anche un indice dei nomi in modo da facilitare il
lavoro di ricerca e di lettura. Come anche una breve bio dei singoli autori
degli scritti sarebbe stato di aiuto al lettore nel sapere chi stava leggendo e
avrebbe dato maggior lustro ed evidenza agli stessi interventi e i relativi
contenuti. Ma queste sono piccole manchevolezze che nulla tolgono alle accertate
certezze, per così dire.
Desidero,
comunque, fare delle piccole osservazioni che forse lasciano il tempo che
trovano, cioè non hanno alcun valore di merito, ma vogliono pur essere delle
annotazioni utili a futura memoria. Acclarato il fatto che il libro è di grande
pregio e di ricco contenuto, è lecito chiedersi come e quando si realizzerà la
ricaduta del suo contenuto sul territorio. Sarà certamente compito
dell’Amministrazione farsi carico non solo della diffusione, conoscenza e
vendita del volume per ovvie ragioni economiche. Il congruo prezzo potrà senza
dubbio compensare il bilancio notevole della spesa affrontata. Ma a me, e credo
a molti cittadini sensibili ai problemi sollevati nel volume, sta
particolarmente a cuore quella che sarà la ricaduta, il riscontro, il
feed-back, come si suol dire oggi, le reazioni dei lettori. Insomma, un libro
del genere deve non soltanto informare, ma anche formare, delineare obiettivi,
stendere progetti, modificare comportamenti, suscitare reazioni positive e
creative in chi lo ha acquistato investendo una cospicua somma con i tempi che
corrono. Alla vigilia di una nuova competizione elettorale, in un periodo di
grandi difficoltà economiche, sono sicuro che i tanti Tramontani sparsi nel
mondo non si sottrarranno al loro dovere di fare proprio questo libro, leggerlo,
valutarne i contenuti e, sopratutto, inviare al Capo dell’Amministrazione che
l’ha prodotto, il Sindaco di Tramonti Armando Imperato, le loro impressioni ed
osservazioni. Chi scrive osa sperare che questo libro concorrerà a gettare il
seme, anzi i tanti semi che possano dare vita a frutti nuovi e differenti
raccolti, per tutte le tredici frazioni che formano la realtà di Tramonti.
L’auspicio è che questi tredici antichi casali che vanno sotto il nome di
Tramonti possano essere non più “isolotti abitativi distanti e
conflittuali” ma realtà nuove e creative per una più felice Tramonti del
terzo millennio.
Antonio
Gallo